Io, Carrubbo

C’è voluto un pò per trovare qualcosa di sensato da scrivere…alla fine credo di avercela fatta. Per quanto io ami la scrittura, faccio parte di quella schiera di dilettanti che non sanno scrivere se non sono “ispirati”…e per essere folgorati da un’ispirazione occorre una mente o molto sgombera da preoccupazioni o molto piena di stimoli. Questo periodo della mia vita appena trascorso è stato molto pieno di preoccupazione molto sgombero di stimoli.

Ma adesso è arrivata la primavera, tutto diventa più dolce. E con la primavera sono arrivate anche le lezioni nella mia facoltà. Strano a dirsi…le lezioni di solito iniziano in autunno. Ma qui, nella ridente terra iblea, ormai da un paio d’anni si vive una situazione che di ridente ha ben poco. Corsi attivati con ritardi di mesi e mesi, cattedre a tutt’oggi non assegnate nonostante la sessione estiva sia imminente, incertezze sul nostro futuro universitario, richieste di pagamento di tasse esorbitanti.

Ovviamente viene voglia di scappare, e ci si mangia anche le mani per non averlo fatto prima…ma se si potesse vivere col senno di poi, per quanto potrebbe risultare più semplice, di certo la vita perderebbe gran parte del suo fascino.

Restare forse è stato un errore…o forse un’opportunità.

Oggi, di ritorno dall’ultima lezione di uno degli unici due corsi del mio piano di studio attivati, riflettevo sulla mia scelta di rimanere nella mia Terra e , per quanto i disagi siano certamente lampanti e duri ad essere spazzati via, mi rendevo contemporanemente conto di essere fortunata.

Il professore in cattedra è una di quelle figure emblematiche e interessanti…la faccia bonaria, l’accento napoletano, una preparazione smisurata sulla materia che insegna che si evince dall’indicibile quantità di informazioni che riesce a dare nel giro di niente, la capacità di mettere in soggezione pur non facendo nulla, e la passione per un lavoro che, in queste condizioni, di gratificante non ha proprio nulla.

Fuori dall’aula c’è un sole che abbiamo solo qui…potete dirmi quello che volete, ma è così.

La facoltà è incastonata in una cittadina meravigliosa, a sua volta incastonata fra i colli iblei.

La strada che percorro per andare e venire è immersa in uno spettacolo naturale degno di essere ritratto dal miglior paesaggista di tutti i tempi…e proprio mentre la percorrevo oggi, con il finestrino spalancato che permetteva al mio naso di cogliere gli odori della terra (di smog neanche l’ombra), fra una distesa immensa di ulivi da un lato e i mandorli in fiore dall’altro, mi chiedevo: “Come fa una distesa così immensa di bellezza e risorse umane e naturali, ad essere ancora preda dell’ignoranza, del malgoverno, dell’immobilismo, dell’assoluto disinteressamento della gente stessa che la abita?”.

Eppure io vorrei restare, se mi verrà garantito di poter finire gli studi qui in condizioni dignitose. E vorrei restare per un motivo molto semplice…per non privare la mia terra di un’ulteriore risorsa, che non sono io in quanto Serena, ma io in quanto giovane con un titolo di studio valido che vuole investire nella sua terra, perchè crede che nonostante tutto abbia molto da offrire.

Purtroppo io da sola non basto. Servirebbero le forze unite di tutti i figli di questa terra, la loro voglia di cambiare le cose, il loro coraggio nell’affrontare una strada non certamente spianata.

Io spero vivamente che le cose possano cambiare in questa terra ferita, e spero di poter dare un contributo attivo a questo cambiamento.

Sono la prima convinta che confini e appartenenze geografiche siano sciocchezze burocratiche, ma sono anche convinta che se nasciamo in un posto piuttosto che in un altro ci sarà pure un motivo…d’altronde il carrubbo non nasce in Scandinavia.

Io sono un carrubbo. Io ho bisogno della mia terra, la mia terra ha bisogno di me.

 

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All’Italia cui voglio bene

Questo post è dedicato all’Italia, ma non a tutta l’Italia. Questo post è dedicato all’Italia degli onesti, dei giusti, dei coraggiosi. All’Italia che ha sempre detto NO al compromesso. All’Italia della buona politica. All’Italia che non ha mai teso l’orecchio alle idiozie dei suoi papi e dei suoi duci. All’Italia che si vergogna di essere governata dal più insulso dei vermi. All’Italia che sa di dover cambiare, e a quella che ci prova giorno dopo giorno. All’Italia che non si piega di fronte al potente. All’Italia delle donne che sanno quanta poca dignità ci sia nel piegarsi di fronte al (im)potente. All’Italia che dice di no alle mafie. All’Italia che se ne fotte degli inni e delle bandiere cantati e sventolati negli stadi ed ai funerali dei soldati.

Insomma all’Italia cui voglio bene.

Che quell’altra Italia ci lasci presto…


Science report (2)

E rieccomi con la seconda puntata di Science report. Scusate il ritardo, un pò di febbre e tanto, tanto raffreddore hanno tentato (invano) di bloccarmi.

Anche oggi l’argomento appartiene alla categoria “business”. L’interesse nei confronti di questo ambito è duplice: lo trovo una sorta di “impatto indolore” per il neofita, ma funziona anche molto bene per introdurvi al clima che aleggia in questi giorni in giro per il (primo) mondo.
Ci sono molte aspettative per il futuro, e volenti o nolenti, tutte queste aspettative passano per Internet.
Non c’è verso, se vuoi fare qualcosa alla vecchia maniera puoi farlo, ma facendolo tramite la rete puoi essere molto più veloce, organizzato, risparmiatore, senza contare che ti può vedere tutto il mondo e non solo il vicinato.

C’è ovviamente, un lato oscuro in tutto ciò. E non mi sto riferendo alla perdita dei valori della società o a qualsiasi altra stupidaggine che molti sputasentenze mediatici amano ripetere.
Io mi sto riferendo al fatto che lo spazio rischia di finire. DUM DUM DUUUUUM.

Da una parte stanno finendo gli indirizzi Ip.
I computer si connettono a Internet identificandosi con un indirizzo di 32 bit (IpV4). E siamo arrivati a usarli quasi tutti. Si cerca di passare quindi alla nuova versione, chiamata IpV6, che usa indirizzi di 128 bit. Se dividessimo il numero di indirizzi disponibili con l’IpV6 per il numero di indirizzi disponibili con l’IpV4, otterremmo un numero di circa 28 cifre.
Il problema è ovviamente nella transizione: i nuovi nodi della rete sono già attrezzati, ma quelli vecchi vanno aggiornati o sostituiti.

Dall’altra parte sta finendo lo spazio fisico.
Se Twitter sta costruendosi il suo data center personale, se Facebook lo sta imitando, e se Apple sta investendo un M I L I A R D O di dollari (scusate, ma lo ripeto di nuovo, U N  M I L I A R D O  D I  D O L L A R I) per il suo nuovo data center, significa una sola cosa: PAURA.
C’è un’orda inferocita di utenti pronti a scucire fior di dollari per servizi online forniti al massimo della velocità e qualità disponibili e se un americano non riceve quello che vuole quando ha pagato per ottenerlo, sappiamo tutti cosa accade.

 

Dategli il suo streaming porno HD a 20 Gbps, altrimenti….

Detto ciò, anche la rete sta iniziando a sentire gli effetti del già immenso traffico di dati che gli passa attraverso ogni secondo.
Sì, perchè per ogni nuovo elemento che puoi aggiungere all’infrastruttura (un processo che costa parecchio, principalmente per permessi e license), i produttori di smartphone/tablet/chi-più-ne-ha vendono una quantità tale di articoli da rimettersi in pari con il loro sforzo.
Ad arrivare in soccorso di queste persone (ovviamente dietro lauto compenso), sta arrivando l’IBM, nota azienda di hardware e software, al momento impegnata nel progetto “un pianeta più intelligente”.
Il fulcro dell’intera campagna sta nell’utilizzo preciso e controllato delle risorse, tramite l’utilizzo di tecnologie incorporate all’interno dei sistemi da controllare, e di software capaci di raccogliere e dare un senso ai dati in arrivo.

Gli articoli, sempre messi su Google Documenti, vengono proprio dal blog di questa iniziativa, e sono scritti da Scott Stainken, Manager Generale per l’industria delle Telecomunicazioni dell’IBM.
Forniscono un buon modo per vedere “dall’interno” come le aziende serie si stanno preparando alla transizione verso la digitalizzazione completa del nostro mondo.

Spero di non aver detto idiozie, ci vediamo la settimana prossima. Feedback ben accetto.

 

PS: I titoli degli articoli che la gente mette in giro stanno diventando sempre più lunghi, forse perchè ormai hanno finito tutte le gag da abbinare agli argomenti. In ogni caso, ho cercato di tradurli nel modo più fedele e comprensibile possibile. :-)


Evolution in progress

Il blog si sta evolvendo ed oggi ha provato a fare un salto in avanti dandosi una nuova veste ed un nuovo layout.

Ma non dobbiamo dimenticare che lo spirito di questo blog è innanzitutto la condivisione di idee e progetti.

C’è ancora molto da fare per rendere questo luogo sempre più accogliente ed ancora una vota vorrei che lo facessimo assieme.

Iniziamo dalla testata: serve qualcosa di più personale, illustrativo, originale; qualcosa in grado di identificare al meglio questo luogo virtuale. Quindi date una spremutina alle meningi ed inviatemi le vostre idee. Se non siete proprio dei talenti nella fine arte di photoshop non importa, basta anche uno schizzo a matita che renda l’idea generale. Mi occuperò di renderla al meglio.

Alla fine raccoglieremo tutte le idee in un post e le sottoporremo al vostro voto scegliendo quella che più ci piace.

Tra due settimane il voto!

 

Inviate il vostro materiale a

ricca.eugenio@gmail.com

p.s.: per gli schizzi su carta basta una foto!


Science report

Questa è un’idea che mi è venuta quando ho cercato una maniera di migliorare il mio, al momento agonizzante, inglese.
Di tanto in tanto posterò il riassunto (aggiungendo, quando necessario, una o più spiegazioni) di un articolo scientifico, o comunque legato al mondo dell’innovazione.
La cartella di Google Documenti alla quale vi ho permesso di accedere (su gmail dovreste averne ricevuto notifica) sarà usata per metterci gli articoli, sia la versione originale che quella tradotta dal sottoscritto.

Inizio coi primi due articoli, scritti da Paul B. Carroll e Chunka Mui, pubblicati su Technology Review, la rivista del MIT, Massachussets Institute of Technology.
Ecco i link del primo e del secondo.

Il tema è il rapporto tra il business e la diffusione di Internet/nuove tecnologie.

La possibilità di portarsi Internet in tasca con gli smartphone e i tablet, il diffondersi dei sensori e delle telecamere stanno cambiando radicalmente il modo di pensare e gestire l’impresa.
La pubblicità in tv, il concetto di “intermediario”, l’idea che il cliente compri le cose nel primo posto in cui capita, sono tutti concetti che Internet sta lentamente distruggendo.

Nel mondo delle assicurazioni, il futuro della polizza è personalizzato, grazie alla possibilità di avere informazioni in tempo reale sul cliente e sul suo comportamento (al giorno d’oggi esistono i sistemi “Pay as you drive”, “Paga come guidi”). Il contatto diretto col cliente permette anche di ridurre i reclami e di prevenire incidenti.
I rivenditori dovranno fare i conti con un cliente capace di avere un numero illimitato di informazioni riguardo al prodotto che vogliono comprare, mentre la geolocalizzazione darà la possibilità di introdurre offerte basate sul luogo in cui ci si trova al momento.
Nel mercato delle auto, in cui i soldi girano non tanto sulla vendita dell’automobile, quanto sui servizi ad essa associati (assicurazioni, finanziamenti, garanzie,…), le case produttrici avranno l’opportunità di guadagnarsi un posto nel settore fornendo assistenza e diagnostiche basate su un continuo scambio di dati con il cliente.
Altri posti dove il flusso di dati cambierà le carte in tavola è quello dei servizi, in primis quelli sanitari, dove il paziente sarà seguito sempre e ovunque, grazie a sensori sempre più economici e a dispositivi wireless. In genere, comunque, la rete elettrica sarà arricchita di sensori, mentre case e uffici saranno dotati di centraline intelligenti, capaci di dare informazioni in tempo reale sul prezzo dell’energia, permettendo quindi un consumo consapevole.
Anche nel settore dei giochi si fa sentire la pressione della tecnologia, con tutta una serie di opportunità date da tablet e smartphone, che avanzano togliendo spazio a “bambole e mattoncini”.

Da queste considerazioni, e da esempi pratici ricavati dalle esperienze di alcune aziende famose, vengono poi ricavati quattro principi guida per ottenere un’impresa di successo, che qui mi limito ad elencare, invitandovi alla lettura dell’articolo (“Quattro principi per affinare la tua strategia d’innovazione”) :

  • Pensa in grande, inizia dal piccolo, sbaglia subito, cresci velocemente,
  • inizia con un foglio bianco,
  • non limitarsi alla difesa,
  • assicurati di essere bello anche nudo

Infine, il mondo economico che sembra presentarcisi davanti è un posto dominato (almeno in America) dal ricambio, in cui nuove compagnie emergono dal basso e oscurano le “vecchie” attività, in una lotta basata non tanto sulla pubblicità, quanto sull’innovazione.

Detto questo, vi lascio alla lettura degli articoli, che spero sia possibile a meno di strafalcioni ed espressioni inventate.
Feedback apprezzato, ci vediamo la settimana prossima.


Democrasti

Preferisci un pugno sul muso o un calcio nelle balle?  So perfettamente quello che sceglierei io. Ed anche voi. Ma è davvero una scelta? Ovviamente no. Il perché sta nella sproporzione tra le due opzioni rendendo la prima certamente preferibile alla seconda ma non certo migliore.

Dopo aver letto il bellissimo articolo di Luda sul senso dell’impegno politico ho pensato di fare come Aristotele che, nell’affresco de “La scuola di Atene” di Raffaello, ad un Platone che indica il cielo, risponde con una mano diretta alla terra, ricordandoci ciò che davvero conta.

La democrazia è un po’ come il pugno sul muso di cui parlavo prima: non ti priva della voglia di vivere come un calcio nelle balle, ma fa male, anche molto male.

Grazie all’idea perversa che l’occidente ha della democrazia la storia ci ha regalato le pagine tristi dei regimi totalitari da Mussolini ad Hitler, passando per Stalin, fino a raggiungere lo squallore mediatico-mafioso del quindicennio berlusconiano in Italia, dell’ottennio guerrafondaio ed oscurantista Buschano d’oltreoceano, della “rivoluzione” totalitarista della Cina maoista…aimè l’elenco è lungo.

Nessuno di questi regimi sarebbe mai potuto nascere senza l’odiosa chimera che tutti s’affrettano a celebrare come il bene assoluto, tanto assoluto che siamo anche pronti a fare la guerra per esportarne il franchising. Si parlo proprio della democrazia, quella con la D minuscola, l’unica che il mondo abbia mai conosciuto ed ahimè anche l’unica che sia ancora in grado di concepire.

Ma dove sta il problema delle democrazie occidentali? In cosa sembrano essere così pericolosamente inadeguate a sostenere il compito che si prefiggono? La risposta è nell’aggettivo che le qualifica per esteso come “democrazie rappresentative” ed è proprio quella la chiave che nasconde l’abisso. La rappresentatività rende di fatto qualsiasi democrazia un regime oligarchico, con l’unica differenza che nel caso della democrazia rappresentativa il rinnovo dell’oligarchia è in qualche modo reso possibile. La rappresentatività è un concetto insidiosissimo in quanto da l’idea che sia possibile in qualche modo delegare una persona terza all’amministrazione dei propri interessi. Mentre nel campo professionale questo è possibile e funziona bene perchè quando paghi una persona per fare un lavoro poi la puoi anche licenziare se quella il lavoro non lo fa, lo fa male, o addirittura ti danneggia, nel campo della politica questa idea crolla da ogni parte. L’elettore medio (ovvero quello che decide davvero chi deve governare) non ha alcuna idea ne di quali siano i suoi interessi, ne di chi sia davvero la persona che vota. L’idea poi che votando una persona si possa in qualche modo portare avanti le proprie idee politiche è candida come un fiocco di neve.

La democrazia è quindi solo DIRETTA. Si partecipa alla cosa pubblica o direttamente o non affatto, la così detta “via di mezzo” della rappresentanza è pura alchimia linguistica.

Sebbene esistano numerosissime realtà locali in giro per il mondo e soprattutto negli Stati Uniti dove l’assemblea cittadina è un bell’esempio di democrazia diretta, questo appare ancora un modello impossibile da adattare all’amministrazione di un’intera Nazione. Non è così, o per lo meno non lo è più. La risposta è Internet, o meglio le tecnologie che lo rendono possibile. Per quanto sia complicato infatti dare un definizione abbastanza comprensiva di internet alla base c’è semplicemente una manciata di tecnologie che ci consentono di renderci tutti pari in termini di opportunità e risorse.

Creando un Parlamento virtuale sarebbe perfettamente possibile per ognuno di noi tutti votare non le persone ma le IDEE. Non solo potremmo votarle, ma anche proporle, emendarle, discuterle. Potremmo delegare ad altri il nostro voto riguardo ad argomenti dei quali non siamo esperti, decidendo ad esempio di far votare ad un medico per una legge che riguarda la sanità, o ad uno studente una sull’università e così via, togliendogli la delega in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione. Nessuno verrebbe pagato per fare il parlamentare, l’oligarchia verrebbe scongiurata, l’efficienza della politica centuplicata, il dibattito sulla politica sarebbe solo e sempre un dibattito concentrato sulle idee e non su quello che dice e che fa il buffone di turno.

Il bello è che tutto questo è già da un pezzo tecnologicamente possibile, lo sarà anche per la storia?


Politically perfect

In seguito a lunghe ore di studio passate ingobbita su un libro di storia contemporanea, leggendo sulla rivoluzione russa ,sul nazionalismo novecentesco, sul risorgimento e quindi sull’unità d’Italia, un monito di tremenda nostalgia, ma anche inadeguatezza mi ha pervaso. Leggendo di rivolte incondizionate di un’Europa assetata che chiedeva ed otteneva salari più alti per i lavoratori nelle fabbriche, orari di lavoro umanamente possibili, prezzi dei generi di prima necessità adeguati ai salari, mi rendo conto che tutto ciò che ci sta attorno è stato costruito con il sudore ed il lavoro di persone che non si sono arrese davanti ad una classe dirigente che pensava a guerreggiare ed ad inseguire ideali, astrazioni, parole.
E così innamorandomi dello spirito di Garibaldi che amava una nazione ancora da costruire, ammirando la lontananza della Russia la cui schiena era dolcemente adagiata sui lavoratori dei soviet, che con la loro patria mantenevano un rapporto di simbiosi; cullandomi sul pensiero di Wilson, che durante i trattati di pace dopo la prima guerra mondiale provvedeva all’istituzione della Società delle Nazioni e promulgava il credo secondo cui mai e poi mai si sarebbe ricorsi alla guerra per la risoluzione di asperità tra le nazioni, accorgendomi di tutto questo: Che lontananza, quale sconosciuto interesse pervadeva il pensiero di tali personaggi!
Ed è per questo che posso dire che no,non è vero che l storia si ripete! Perchè se fosse vero ciò allora non ci troveremmo a fare la guerra contro un paese che fa di tutto per mandarci via, non ci troveremmo in “missione di pace” se non ci piacerebbe giocare alla guerra. Se la storia fosse destinata a ripetersi il governo italiano che non ha nulla a che vedere con la politica, ma solo con l’interesse dei partiti, si sarebbe già reso conto di non essere adeguato all’amministrazione di un paese che retrocede ogni giorno, e si lascia passare accanto in caduta libera la sua economia di ex grande potenza, la sua cultura millenaria che il mondo prima invidiava e che ora non si vede nemmeno più, perchè l’erudizione è destinata a perire insieme alla possibilità del riscatto sociale e le sue possibilità di progresso vanno a progredire all’estero perchè qui morirebbero di fame.
La storia non è destinata a ripetersi perchè oggi è guidata da persone che non la conoscono, che non sanno cosa significhi essere uomini d’onore, non sanno cosa vuol dire meritare la fiducia di chi affida nelle loro mani il futuro delle generazioni successive che non si vede che non è tuttavia incerto,maè certo che sarà un disastro. Chi siede in parlamento oggi e si è “guadagnato” quel posto non l’ha fatto perchè aveva voglia di sbracciarsi a costruire una nazione nuova del respiro europeo,non l’ha fatto perchè era stufo di vedere il successo solo nella vita dei cugini,dei fratelli, dei nipoti, dell’amico, del figlio della nonna dallo zio,anzi è molto più probabile che l’abbia fatto perchè così i suoi cugini,fratelli,mogli,amici,zii abbiamo una possibilità di tale effimero successo.
Fare politica significa amare il proprio paese a tal punto da impegnare la propria persona affinchè questo migliori,progredisca,affinchè tutti i propri connazionali indistintamente abbiano la possibilità di vivere una vita sicura e agiata nel proprio paese e tramite questo far loro capire l’amore che si ha per la propria nazione e magari farlo provare anche a loro.
Essere un politico non significa primeggiare sul resto del popolo,ma essere il più umile perchè svolge uno dei lavori più importanti della società. Essere un politico significa gestire il denaro e il bene di tutti e gestirlo al meglio affinchè si trasformi in servizi, aiuto per il cittadino. Essere un politico significa essere tanto altruista da dimenticarsi del proprio onorario e non fare di tutto affinchè aumenti. Essere politici significa essere cittadini attivi nella società  cercando di migliorarla secondo le esigenze di tutti e non di chi può permetterselo.

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